ArtReviews

 

Forme migranti

Lettere efesie

 

Lettere Efesie è la mostra personale di Caterina Morigi (Ravenna, 1991), conclusasi il 29 marzo presso la Galleria Studio G7 (Bologna). Il titolo evoca l’amuleto su cui erano incise le formule legate al culto di Artemide, praticato in modo particolare a Efeso, città celebre per il tempio dedicato alla dea.

Proprio dall’idea della formula parte la mostra, connessa all’immagine attraverso il frammento e l’archetipo. Dagli anni novanta, Georges Didi-Huberman costruisce saggi critici e mostre basate sull’accostamento “anacronistico” di immagini. Una forma infatti può richiamarne altre appartenenti a epoche storiche diverse. Un celebre esempio del filosofo francese è l’accostamento delle “macchie” dei marmi dipinti, nel convento di San Marco, da Beato Angelico al “dripping” di Jackson Pollock, illuminandosi per contrasto nella loro associazione.

Morigi ha ragionato sul tema universale del femminile attraverso l’apparizione e la rielaborazione digitale e artigianale di alcune pietre miliari della storia dell’arte, aprendole – come il filosofo – a costellazione di senso potenzialmente infinite.

Le opere evocano, proprio come i punti luminosi che formano un’unica immagine astrale, le antichissime Nut e Baubo, divinità egizia e greca, così come l’iconografia italiana della Maternità, dall’umanesimo quattrocentesco (Pala di Brera di Piero della Francesca, 1472) al Manierismo (Madonna dal collo lungo di Parmigianino 1534-40), giungendo allo sguardo netto di Tamara de Lempicka e al taglio pop di Andy Warhol.

 

 

In ogni lavoro esposto gli elementi archetipici sono diversi e si rivelano nella sinteticità del segno. L’allestimento lascia spazio sufficiente tra i frammenti affinché il pubblico possa unirli in una narrazione intuitiva e personale. Il testo di Giuliana Benassi dà il migliore esempio e cavalca l’anacronismo metodologico dell’artista, sul piano critico-narrativo, identificando l’immagine come un effettivo portale spazio-temporale.

La forma migra non solo attraverso il tempo, ma anche con l’affinamento e l’intersezione delle tecniche e dei materiali con i quali l’immagine si concretizza. La forma non è dissociata dal suo contenuto, sosteneva il critico letterario Francesco De Sanctis, in quanto l’uno esiste nell’altra. Caterina Morigi sintetizza in un’intuizione la storia del frammento, dalla tessera musiva al pixel digitale, approdando a una sintesi contemporanea e sensibile tra industria e manualità, con l’utilizzo della gramiglia, in collaborazione con Aganippe Pavimenti.

Tale materiale unisce infatti gli scarti naturali della lavorazione del marmo con il cemento industriale dai colori pastello. Nel processo creativo di Morigi, la gramiglia, tipica della costruzione di pavimentazioni da interno e da esterno, viene tagliata grazie alle macchine, poi incollata e incisa. Al binomio materico tra naturale e artificiale risponde la lavorazione dell’immagine, selezionata a partire dai manufatti artistici e processata in digitale fino ad ottenere un pixel di estrema carica simbolica.

 

Lettere Efesie -Serpente, 2025, intarsio e incisione graniglia, cm 56x435x25.

 

L’operazione condotta dall’artista muove dall’archetipo dell’icona, senza dissimulare la sua aura sacrale che, da religiosa cambia la sua connotazione in pop. Questa metamorfosi verticale percepibile attraverso il derma dell’immagine, si svolge nello spazio della galleria rivestendola, come una seconda pelle.

Un esempio su tutti proviene dalla Madonna Lactans, esaminata e scomposta nel particolare del seno. L’icona del passato da approdo creativo diventa fonte di ispirazione, restituita artigianalmente su un materiale industriale, moltiplicata e alterata cromaticamente. Sull’immagine si stratifica un’altra autorialità che si poggia, a sua volta, su un nuovo contesto spaziale, come occhi su un viso.

La dimensione dell’immagine è stipata, oggi, in un’accumulazione apparentemente interminabile, cui fa eco, per contrasto, il brevissimo tempo di fruizione che le è concessa. Ragionare sull’archetipo e sul frammento costituisce un invito a creare il tempo sufficiente a una relazione reciproca con l’immagine.