Contaminazioni tra realtà e artificio
Intervista a Claudia Fuggetti
Claudia Fuggetti (Taranto, 1993) è una giovane artista visiva. Nei suoi lavori indaga, attraverso la fotografia, il video e le nuove tecnologie digitali, le relazioni tra realtà e finzione, tra natura e artificio, tra onirico e concreto.
La sua poetica affonda le proprie radici nell’esperienza dell’artista stessa, per poi volgere lo sguardo a profonde riflessioni sulla contemporaneità, all’esplorazione di realtà tanto possibili quanto stranianti, alla tensione umana verso il futuro.
Il suo linguaggio procede attraverso dualismi e contaminazioni, restituendo concretezza a ciò che all’apparenza sembrerebbe non documentabile, tra alterazioni percettive, macchine sognanti e nature artificiali, senza mai prescindere da puntuali indagini su temi di stringente attualità.
In questa intervista ci racconta del suo lavoro e dei suoi due più recenti progetti, Metamorphosis e Melted Flowers.
Seppur ibridata ad altri strumenti e linguaggi, la fotografia è il mezzo privilegiato nella tua pratica artistica: come interagiscono tra loro la fase di scatto e quella di post-produzione nel tuo processo creativo? Da un punto di vista concettuale invece, da cosa trai ispirazione e quali tematiche affronti?
La fotografia è il punto di partenza imprescindibile del mio processo artistico, ma non si esaurisce lì. La fase di scatto è un momento di osservazione e cattura, una finestra sul reale che mi permette di raccogliere frammenti da trasformare. La postproduzione, invece, è un atto di creazione vera e propria: un laboratorio in cui rielaboro ciò che ho visto per costruire nuove realtà. Da un punto di vista concettuale traggo ispirazione dalle tensioni che caratterizzano la nostra epoca: il fragile rapporto tra uomo, natura e tecnologia, le sfide dell’Antropocene e la crisi climatica che inevitabilmente ci chiama in causa.
Il tema della tecnologia viene posto in relazione alla natura e alle questioni climatiche in Metamorphosis (2024), recente lavoro in cui Fuggetti esamina la fase di transizione e trasformazione che il pianeta e i suoi abitanti stanno attraversando nel presente momento storico.
L’artista cattura delle immagini reali per poi postprodurle attraverso interventi di pittura digitale, restituendole – appunto – trasformate. Tali paesaggi distopici e surreali mirano a stimolare una riflessione che si inserisce nella complessa linea di confine tra umano, naturale e tecnologico, configurandosi come un invito a mettere in discussione il nostro stesso modo di essere nel mondo e di percepirlo.
Puoi parlarci di Metamorphosis e di come affronta il tema del rapporto tra tecnologia, natura e questioni climatiche?
Metamorphosis rappresenta il periodo storico che stiamo vivendo, una fase di transizione e cambiamento che coinvolge non solo l’essere umano ma, soprattutto, la natura. Come sottolinea il filosofo ecologico David Abram:
“Penso sia utile affrontare la crisi ecologica come una crisi della percezione, una crisi del modo in cui viviamo, con i nostri corpi, i suoni, gli odori, il mondo che ci circonda. Sembra che non percepiamo più foreste, montagne, fiumi, come vivi quanto noi”.
Il progetto invita gli spettatori a riconsiderare la natura come un’entità vivente. Gli interventi cromatici nelle fotografie simboleggiano la presenza della vita che resiste anche in condizioni ambientali avverse. Allo stesso tempo, però, i colori artificiali evidenziano il consumo delle risorse naturali, mostrando una realtà percepita come molteplice, mutevole, frammentata e finita. La presenza umana è sospesa, contemplativa e meditativa, in un tentativo di ristabilire una nuova connessione con gli elementi naturali.
Il simbolismo dei colori esprime il potenziale rigenerativo e pulsante al centro della Terra, costruendo nuove immagini che parlano di evoluzione. Nonostante le sfide dell’Antropocene, la natura dimostra un’intrinseca capacità di adattamento e metamorfosi, invitandoci a riflettere sul nostro ruolo in questo delicato equilibrio.
Il mondo narrato da Fuggetti in Metamorphosis è apparentemente – e volontariamente – alieno, cromaticamente acido, in cui la presenza umana è percepita ma quasi irreale. La modalità creativa dell’artista, che scatta una fotografia per poi manipolarla digitalmente, aderisce concettualmente a ciò che il lavoro intende mostrare: la realtà che vediamo non è univoca, anzi è molteplice, straniante seppur familiare, illusoria seppur concreta.
L’invito a un cambiamento nella percezione della natura passa attraverso l’alterazione percettiva evocata dalle immagini, che destabilizzano la visione convenzionale attraverso cromie tutt’altro che realistiche: il peculiare uso del colore assume infatti un ruolo fondamentale nella pratica dell’autrice.
I tuoi lavori sono caratterizzati da una forte componente visiva: immagini dai colori psichedelici, ambientazioni al limite del surreale. Oltre la superficie però vi è sempre un invito alla riflessione su temi di interesse collettivo. Ci parli di questo aspetto del tuo lavoro?
L’impatto visivo è uno strumento per catturare l’attenzione e stimolare un dialogo. Le immagini vibranti e psichedeliche rappresentano uno stato di iper-realtà, un modo per amplificare le emozioni e creare una connessione immediata. Tuttavia, questa estetica è sempre al servizio di un messaggio più profondo. In Metamorphosis ad esempio, i colori vividi rappresentano una natura che si ribella, che muta in risposta alla pressione umana, mentre gli elementi surreali suggeriscono un futuro possibile, dove il confine tra naturale e artificiale è sempre più labile. I colori pop e artificiali evidenziano come oggettifichiamo la natura e la consumiamo.
Il dualismo tra natura e artificio mediato dal crescente progresso tecnologico è oggetto di indagine anche del progetto, interamente digitale, Melted Flowers (2024).
Fuggetti ricorre all’uso di un’intelligenza artificiale generativa text-to-image, realizzando un universo popolato da forme vegetali dalla bellezza eterea che, seppur richiamando la parte più pura e incontaminata della natura, alludono alla potenza e alla potenzialità dell’intervento umano.
La riflessione sulla tecnologizzazione e sull’ibridazione tra naturale e sintetico fa così un ulteriore passo in avanti, trascendendo l’immagine reale: la lente – pur distorta e malleabile – della fotografia non è più il punto privilegiato di visione, qui ci si muove in un territorio immaginifico, un universo fluido e policromo in cui i confini tra concretezza e finzione si fanno sempre più labili.
Del resto, l’artista non è nuova all’utilizzo di tali strumenti: nel 2021 costruisce infatti una rete neurale grazie alla quale realizza Dreamachine, un video che si pone metaforicamente come corrispettivo tecnologico e macchinico del processo onirico umano.
Hai lavorato a progetti come Melted Flowers e Dreamachine, in cui esplori il dualismo tra natura e artificio utilizzando l’intelligenza artificiale. Cosa ti ha spinto a utilizzare questa tecnologia?
Melted Flowers nasce dall’esigenza di esplorare quel confine sfumato tra naturale e artificiale, uno spazio dove le distinzioni tradizionali si dissolvono, creando un dialogo visivo e concettuale tra organico e sintetico. Mi sono ispirata al pensiero di Jean Baudrillard, in particolare alla sua riflessione sulla commistione tra organico e inorganico nella nostra società iperreale. Attraverso immagini generate dall’intelligenza artificiale, il progetto mette in scena l’interazione tra fiori delicati e materiali plastici, simboli del rapporto complesso tra la resilienza della natura e l’impatto dell’uomo.
L’obiettivo non è solo estetico ma anche riflessivo: le immagini provocano lo spettatore, invitandolo a considerare le implicazioni della nostra era sintetica. Come suggerisce Baudrillard, viviamo in un mondo dove i confini tra autenticità e simulazione si fanno sempre più labili. Melted Flowers diventa quindi un mezzo per interrogare questa ambiguità, mostrando una bellezza al contempo affascinante e inquietante.
Con Dreamachine, ho spinto questa sperimentazione ancora più in là. Parte del progetto Hot Zone, questo lavoro rappresenta un’indagine sull’universo onirico e sulla natura del sonno, realizzata attraverso reti neurali. Il video è stato generato da un modello AI addestrato su un vasto dataset di immagini di galassie e pianeti, per ricreare una sorta di “memoria visiva” del sonno, un archivio artificiale di ciò che accade nella fase REM.
Anche il suono segue lo stesso approccio: è composto tramite schemi sonori generati da intelligenze artificiali, rendendo Dreamachine un’esperienza immersiva e multisensoriale. Questo progetto non solo esplora le connessioni tra sogno e percezione, ma solleva interrogativi sul rapporto tra coscienza umana e tecnologia, aprendo nuove prospettive sulla nostra comprensione dell’universo interiore ed esteriore.
In entrambi i progetti, l’intelligenza artificiale è uno strumento di riflessione e ricerca.
Le nuove tecnologie algoritmiche di intelligenza artificiale stanno conoscendo una sempre più rapida diffusione in campo artistico. Qual è la tua posizione in merito? Ritieni ci siano dei limiti che l’artista dovrebbe rispettare?
L’utilizzo delle tecnologie algoritmiche nell’arte solleva questioni complesse legate all’etica e all’autorialità. Personalmente, credo che queste tecnologie siano strumenti potentissimi per ampliare il linguaggio artistico, ma l’intenzionalità resta centrale. L’artista deve mantenere una direzione chiara, utilizzando l’AI come mezzo per amplificare la propria visione, non per sostituirla. Il limite, se esiste, è quello di non cadere in una dipendenza passiva dalla tecnologia, ma di integrarla in un dialogo consapevole con le tematiche e i messaggi che si voglioono trasmettere. Le macchine non sono neutrali, ma sono un’estensione del pensiero dominante e dei poteri politici prevalenti.
Per i suoi lavori, apprezzati ed esposti sia a livello nazionale che internazionale, Claudia Fuggetti ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti – per citare i più recenti, è stata vincitrice del Critics’ Choice Award di Lens Culture, è stata menzionata da Der Greif per Futures Photography, ha esposto presso la fiera di fotografia contemporanea Unseen ad Amsterdam – tuttavia rimane forte il legame dell’autrice con il suo territorio d’origine e con Taranto, sua città natale, nella quale porta avanti diversi progetti e collaborazioni.
I tuoi lavori sono riconosciuti ed esposti a livello internazionale, ma sei anche molto legata al tuo territorio d’origine. A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi progetti futuri?
Pur lavorando su progetti esposti a livello internazionale, il legame con il mio territorio d’origine resta centrale nella mia pratica artistica. La mia città natale, con la sua bellezza e i suoi contrasti, è una fonte inesauribile di ispirazione. È un luogo non privo di sfide, ma proprio per questo unico e stimolante. La questione dell’inquinamento, ad esempio, è profondamente radicata nel contesto in cui sono cresciuta, e continua a influenzare le tematiche che affronto nei miei lavori.
Parallelamente, sto collaborando con realtà locali per valorizzare e promuovere il dialogo artistico nel territorio, cercando di creare connessioni tra comunità del posto e scena artistica internazionale.
Al momento sto lavorando a una pubblicazione cartacea del progetto Metamorphosis, mi piacerebbe realizzare un libro.
@lafugg
@melted__flowers